Le avventure di Alice

LA TEORIA DELL’UOMO E DELLA DONNA PONTE

Per qualche tempo ho avuto un terribile sospetto che mi ha attanagliato e mi ha tenuto insonne per notti.

E se anche io fossi stata una donna-ponte?

Andiamo con ordine. Tutto è nato da una sera in cui una persona a me cara, nel cercare di spiegarmi le relazioni tra le persone, mi ha messo in guardia da utilizzare il prossimo come un “uomo-ponte”, in pratica un traghettatore che ti conduce inconsapevolmente da una sponda all’altra in un periodo della tua vita.

Se l’immagine di un Caronte dagli occhi di bragia, inizialmente, mi ha ispirato una certa simpatia e un certo sghignazzamento all’idea di prendermi gioco dell’infernale demonio, qualche sera dopo, il panico si è impossessato di me.

E se la traghettatrice dell’Acheronte fossi stata io?

Passare da donna angelicata Beatrice a Caronte: un incubo che farebbe drizzare anche le foglie della corona di alloro in testa a Dante.

L’idea di essere stata una donna-ponte non mi piace affatto, almeno per due motivi, risalenti a traumi infantili. Primo, da piccola, legata e rigida qual ero, nonostante tutti i miei sforzi ginnici e sportivi, non sono mai riuscita a fare quel benedetto ponte dall’alto e, una delle poche volte che sorprendentemente mi è venuta una di quelle difficilissime verticale-ponte, sono poi caduta come un sacco di patate sulla schiena e ho dovuto, per giunta, rialzarmi con un certo aplomb, come se fossi caduta su cuscini di piuma e non sul cemento, per non sputtanarmi del tutto. Secondo motivo, l’unica volta che mi sono improvvisata barcaiola, la mia barchetta ha preso il largo e io, per seguirla, sono caduta nel torrente ghiacciato, sono tornata a casa mezza nuda e sono stata presa in giro dal ragazzino che abitava nel mio palazzo, ragazzino che, peraltro, mentre io giocavo ingenuamente con la mia barchetta, si sbaciucchiava la sua compagnetta di classe, antico esemplare di donna-ponte, scaricata di lì in pochi giorni.

L’uomo o donna-ponte altro non è che la versione intellettuale e psicologicamente più raffinata di “quella (o quello) di passaggio”, quella persona che si presenta come amico o amica solo un po’ più speciale e, quando gli amici chiedono: «Ma è il tuo ragazzo?/ Ma è la tua ragazza?», si mettono le mani avanti: «Mah…niente di serio». Insomma, quelle relazioni che si sa già che sono sbagliate, che finiranno e, pertanto, sulle quali non vale la pena investire.

Niente di strano, lo abbiamo fatto tutti. Il problema è, però, quando una delle due persone è coinvolta e, inconsapevolmente, diventa ponte.

Il punto è che si accorge di essere il ponte solo quando finisce la relazione e, sconcertati, ci si chiede: «Come faceva ad essere così importante quella persona per me, quando lei mi ha liquidato in cinque minuti e, dopo due settimane, ha già un’altra relazione?».

Ecco, forse non te ne eri accorto, ma il ponte, in questo caso, eri tu.

E non importa quanto bello o brutto, intelligente o insulso tu sia: se ti hanno scelto come ponte non c’è qualifica o distinzione che tenga, sei un mero sussidio di acciaio o, se preferisci qualcosa di più romantico, di legno.

Qualche settimana fa sono rimasta molto sorpresa da una bella donna, avvocato stimato, che non ha nessun problema a difendere con grinta i suoi clienti, qualunque sia il loro torto. Quando ho sentito la sua storia, il suo racconto e le domande che si poneva, sono rimasta molto stupita: le sue erano le domande universali di tutti gli uomini e donne-ponte.

«Perché ha rovinato tutto? Perché mi ha lasciato per lei? Perché io soffro e lui no?». Senza saperlo la bella avvocatessa era caduta nella trappola della sindrome della donna-ponte e  aveva traghettato per tre anni il suo uomo insicuro verso un’altra sponda e verso un’altra donna.

Comunque, nelle mie notti insonni, ho pensato a una soluzione per eludere la qualifica di ponte e svincolarsi dall’aberrante ruolo di traghettatrice.

Tutte le donne-ponte dovrebbero tirare in ballo il pretesto della galanteria “Amore, rema tu che sei un uomo e sei più forte”. E se lui si dovesse rifiutare, non c’è più ombra di dubbio: vi sta usando come donna-ponte.

E allora, che vada all’Inferno, con Caronte, e che se lo traghetti lui verso quella gatta morta di Beatrice!

 

2 Comments

  1. Michela Catacchio

    15 gennaio 2018 at 14:24

    In una mia pausa di lavoro mi sono soffermata a leggere questo bel” racconto”…… bello Alice perché parla di tutte Noi che almeno una volta abbiamo traghettato… e purtroppo senza accorgercene buttando forse via del tempo prezioso o forse quel tempo per farci diventare ‘ donne migliori’ ….
    Grazie per questo racconto e sono felice di averti nel mio condominioooo e tante di questi racconti !!!!!

    1. Alice Annicchiarico

      16 gennaio 2018 at 12:40

      L’importante è, a un certo punto, buttare in mare la zavorra… 😉 buona giornata mia dolce vicina 🙂

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